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  • Il genio Palermo vita morte e miracoli di un dio

    Titolo: Il genio Palermo vita morte e miracoli di un Dio
    Autore: Carmelo Fucarino
    Pagine: 224
    Rilegatura: Brossura cucita
    Dimensione: 17x24
    Collana: Rileggere la storia 6
    Data pubblicazione: Marzo 2017

  • ... libera e una!

    Titolo: ... libera e una!
    Autore: Corrado Camizzi
    Pagine: 196
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 17x24
    Prezzo: € 
    Data pubblicazione: Maggio 2015

  • A Buela è

    Titolo: A Buela è
    Autore: Giusi Lombardo
    Pagine: 80
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 10,00
    Data pubblicazione: Ottobre 2014

  • Segmenti memoriali

    Titolo: Segmenti memoriali
    Autore: Stefano Lo Cicero
    Pagine: 120
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 15x21
    Prezzo: € 15,00
    Data pubblicazione: Novembre 2014

  • Anima all'alba

    Titolo: Anima all'alba
    Autore: Maria Patrizia Allotta
    Pagine: 72
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 15,00

  • Tasselli di vita

    Titolo: Tasselli di vita
    Autore: Anna Lupo
    Pagine: 92
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20 
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 15,00

  • Le sconciature di pirandello

    Saggi sul romanzo "I vecchi e i giovani"
    Prefazione di Maria Patrizia Allotta
    Autore: Nino Agnello
    Pagine: 128
    Rilegatura: brossura cucita
    Collana: narrativa thule
    Prezzo: € 12,00

  • Il volo dell'allodola

    Titolo: Il volo dell'allodola
    Autore: Giancarlo Licata
    Pagine: 216
    Rilegatura: Brossura cucita
    Dimensione: 15x21
    Collana: Narrativa Thule
    Prezzo: € 15,00

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Segmenti memoriali
Stefano Lo Cicero

15,00 € cad.


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Titolo: Segmenti memoriali
Autore: Stefano Lo Cicero
Genere:Poesia
Pagine: 120
Rilegatura: Brossura
Dimensione: 15x21
Data pubblicazione: Novembre 2014

Lista recensioni:
Molto opportunamente del nuovo libro di poesie di Stefano Lo Cicero, il prefatore e postfatore, Salvatore Lo Bue e Tommaso Romano parlano di un Artista completo in tutti i domini riferendosi alle Poeta palermitano dell’Addaura . Lo Cicero è, infatti, rinomato pittore, scultore, autore di testi musicali oltre che poeta in italiano e in siciliano con qualificato curriculum critico e vasti apprezzamenti di pubblico. Figura singolare, Lo Cicero interpreta modernamente - ma con fermo ancoraggio alla tradizione - sentimenti, valori, stati d'animo espressi mirabilmente in un susseguirsi di icastiche immagini, che ben ce lo rappresentano come un moderno protagonista.
Troviamo così nella raccolta, dal titolo Segmenti memoriali, elegantemente edita da Thule di Palermo, le costanti ispira attive di un poeta -sognatore che pur consapevole delle asperità dell'esistenza, continua, nonostante i segni dei tempi, il suo cantare, fra umane comprensioni e naturali smarrimenti, fra altruismo e riflessioni esistenziali, colme di sofferta meditazione interiore, a volte struggente.
Lo Cicero interpreta, fra i pochi poeti di oggi militanti, una visione a tinte definite, intensa e al contempo multiforme, degna comunque di figurare - anche per acuta coerenza stilistica - fra le voci significative, imprescindibili, nel panorama della poesia siciliana contemporanea.
Dell’autore di questa silloge (Segmenti memoriali, Thule, Palermo 2014) giova anzitutto ravvisare la non comune poliedricità. Stefano Lo Cicero, infatti, è insieme pittore, scultore, autore di canzoni, da lui stesso interpretate, oltre che poeta in lingua e in vernacolo, gratificato di numerosi premi in Concorsi nazionali, come ci informa Lilli Rizzo Del Bosco nelle accurate Note biobibliografiche inserite nel volume. Della sua genialità di pittore parlano al lettore le illustrazioni, presenti in prima e in ultima di copertina come nell’ambito del testo, che riproducono suggestive opere del Maestro.
La poetica di Lo Cicero è manifesta nelle liriche L’artista e L’alba, ove l’arte è riconosciuta “fantastica espressione dell’io”, per cui l’artista, “rapito a inseguire / esaltazioni istintuali”, ne avverte le pulsioni della mente e del cuore “protese alla luce / che inonda i suoi cieli / permeati d’incanto e d’infinito”, si muove “tra stupori di gioia e meraviglia / guidato da impulsi ispirati” e dà fama e vigore a ogni suo palpito ed emozione; donde egli diviene “il protagonista di sé / e del suo operato”, consapevole del potere dell’arte di nobilitare “il senso della vita / e delle cose”.
Una ricchezza spirituale, dunque, la cui intensità urge chiedendo di essere tradotta in liricità di versi quando non in fulgore di immagini pittoriche o vigore plastico di creazioni scultoree. E che alimenta, quindi, un discorso poetico sempre ispirato e fervido, che si fa non di rado incandescente e vulcanico, come opportunamente nota Giuseppe Cottone, uno dei suoi interpreti più acuti; mentre lo stile, nella sua tensione, è spesso “incisivo, tagliente, martellante più che metallo sotto i colpi del maglio”, per dirla con Enzo Siciliano, così come riesce a dar nuova vita e freschezza a stilemi vieti o triti: “onda dei desideri”, “spiagge assolate”, “mete agognate”. In realtà l’universo lirico di questo poeta “raffinato e sincero, rarefatto e concreto, reale e metafisico nel suo percorso di vita” – come lo definisce Salvatore Lo Bue nella sua dotta prefazione – si caratterizza già per l’incidenza di due specifici vettori lirici: la vertiginosa ansia cosmica e lo slancio del pensiero verso approdi metafisici: lo esalta la ricerca insonne di valori perenni, la sete di Assoluto che lo induce a guardare oltre la superficie delle parvenze sensibili, sotto il dominio di una fantasia accesa e talora iperbolizzante. La prima di queste due direzioni, segnata da note apocalittiche (L’ultimo grido; Quando i cieli…) culmina nella “tragica prospettiva della fine” di cui discorre Lucio Zinna a proposito della silloge Cuda di dragu, nell’angoscia della dissoluzione (“…l’uomo, ombra di sé, / nell’involuzione cosmica / di mondi sconvolti / avverte la dissoluzione / del proprio essere / occultato dalla stessa luce / che lo ha generato”) che mi fa pensare, pur nella difformità del dettato espressivo, alla “paura totale” racchiusa da Antonio Delfini nei versi delle Poesie della fine del mondo. La seconda indulge a un penchant ermetizzante in cui pare talora raggrumarsi la trasparenza di quella “straordinaria fluidità stilistica” lodata da Pietro Mazzamuto nella motivazione del Premio Marineo del 1999: è il caso di liriche come Accordi, Prospettive e La ragione: “Nell’ambiguità di strani sortilegi / incestuosa tra pallide lune / avviluppandosi in substrati sensoriali / si piega la ragione…”.
Accanto ad essi si adagiano i toni meno accesi dell’elegia delle memorie come della maliosa avventura dell’amore e della contemplazione della vita della natura. Ecco allora (Aspettare) l’attesa “che l’ora che viene / rivesta i colori di cose perdute”; e in Ricordi perduti il ridestarsi dei “sogni fanciulli”, delle “illusioni sopite”, suscitatrici di una “arsura antica” e di una “febbre nuova”, che si smorza nel consolante candore di una preghiera: “…Sorreggimi, o Signore / ispirami con la Tua parola, / fa che ritrovi la mia essenza / per vivere intensamente / la vita che mi offri”. E a Dio si volge il breve giro di un’invocazione ansiosa: “Fondermi nella Tua parola / e ritrovarmi genuflesso / ai piedi del Tuo altare / trafitto da un raggio di luce / e il cuore spento per sempre”; come la fervida richiesta di donare agli uomini pace e amore. La caduta delle illusioni ispira all’uomo l’ansia di “scoprire tra cieli luminosi / la strada dimenticata / che lo riporta a Dio”.
La vicenda dell’amore, poi, pervade vari lacerti lirici, ove esso appare foriero di tenerezza e di felicità (Questo mio momento), ebbrezza dei sensi (Il semaforo), abbandono estatico, commozione condivisa, soavità di baci in un incredibile ritorno, rivelazione di primavere immune da inganni, o si vela di pianto alla fine dell’idillio, o è trepidazione dell’animo immerso nella luce degli occhi di lei: versi liberi, di immediata e suasiva comunicatività, pieni di luce e di tenero incanto, ove palpita un animo rapito dal suo mistero, alonato dal respiro del mare o dal fulgore del sole, con approdi di morbidezza melodica: “Quanta felicità m’infondi / quando mi guardi / e mi sussurri amore: / dal mio cuore / languido di bene / palpitano effluvi / di tenerezza e ardore /… / Come è intenso / questo mio momento, / come è divino e grande / il rapimento / che a te mi unisce / e mi parla piano / per dirmi: sei tu l’amore, / tu sei l’arcano”. Mentre in Noi si celebra un’armonia quasi panica di lei con la vita della natura. E in essa – che sia pianto di stelle o volo di colombi o “abbraccio dorato” del sole o maree d’alghe recise e “scogli aguzzi” – il poeta trova (o cerca) l’affiatamento dello spirito alla bellezza o il riscontro di una speranza: “Trepidi di rugiada / fremono i clivi, /s’indorano/ le chiome vergini / dei pioppi. / All’alito di brezza / le foglie frusciano / i sospiri del giorno”; pur se “vedere il sole / nascere e morire” lo riconduce alla triste contezza del continuo consumarsi della vita. Nell’evocazione dell’amore come in questo abbandono alle parvenze naturali (temi non di rado fusi) la vocazione lirico-pittorica dell’autore compie, a mio avviso, le sue prove più alte e convincenti: “…La luce di un giorno d’agosto / si specchia suadente / nell’onda estasiata del cuore / a scoprire le gioie / sublimate d’azzurro / imperlate / d’anima e di sogno. / Abbandoni di salso sapore / solcano cieli / ubriachi di te, / di che ti libri / nel turbine avvolgente / di trepida luce / che t’accarezza e rapisce / portandoti a me”.
L’effervescenza della fantasia e la perizia espressiva si dispiegano nella frequenza di metafore, di sapienti accostamenti rematici, di effetti di straniamento: “sul pentagramma delle ricordanze”; “cadenzati stupori / di frenesie d’albe”; “miraggi damascati”; “le pallide dune / dei ricordi”; “nel pozzo della vita”; “abisso denso d’inganni”; “amorfi silenzi”: “caroselli d’inerzie, / d’illusioni ovattate”; “pianto di stelle / allucinate all’alba”. In essi si risolve efficacemente la tensione di una poesia articolata in una pluralità di registri e veramente “ricca di pathos, di sentimenti vibranti, di snodi esistenziali” – come la vede Tommaso Romano – e pienamente degna, nella sua originalità, della molteplicità di giudizi largamente positivi di illustri critici che completano la struttura del volume.
La Poesia Del Pittore Stefano Lo Cicero

Ora già so che Stefano Lo Cicero, oltre che un poeta, è anche un pittore e uno scultore, per cui ringrazio lui e quanti si sono adoperati per arricchirmi di questa conoscenza.
Sapere che Lo Cicero è un pittore, può essere un pregiudizio? Forse sì, anzi lo è sicuramente, perché, leggendo e rileggendo i suoi versi, mi son lasciato trascinare dal suo intrinseco bisogno di essere più che di fare il pittore. Che voglio dire? Voglio dire che, da millenni ad oggi, non c’è pittura senza colori, senza l’uso o l’abuso della luce, cioè di un certo luminismo e di un certo cromatismo, che vogliono significare amore della luce e dei colori da essa generati, capacità di riprodurre e moltiplicare le forze cromatiche che sono esistenti in natura con la presenza del sole, e degli astri, con l’alternanza della notte e del dì, delle stagioni, della luce e dell’ombra, e delle molteplici cromie che ne derivano.
E’ Lo Cicero un naturista? Lo è, sì, come lo è ogni pittore e ogni poeta, come lo sono io, lo è Leopardi e Manzoni, Leonardo e Guttuso.
Lavorare al buio, riprodurre il buio? Impossibile. Non solo è assurdo, ma di più è impossibile, perché il buio è il nulla, l’azzeramento di tutto, cioè della luce e di tutte le sue variazioni.
Ed ecco, allora, anche Lo Cicero al lavoro con la penna e si fa autore di un bel volume antologico di poesia. Mi piace, mi è sempre piaciuta la poliedricità degli interessi e delle attività praticate. Il che vuol dire anche molteplicità di attitudini: fare l’insegnante e fare il pittore, lo scultore, lo scrittore, e praticare anche la manualità, per esempio, col giardinaggio, lavorare il legno o metalli, suonare la chitarra o il pianoforte.
Credo che sia il caso anche del nostro amico, cioè il pittore, lo scultore e anche il poeta STEFANO LO CICERO, della cui attività poetica mi sono occupato attraverso una lettura critica del volume SEGMENTI MEMORIALI (Edizioni Thule, Palermo 2014) che spaziano in un ampio arco di tempo, dal 1953 al 2014, che è un bel sessantennio.
Qui ho identificato il pittore e il suo cromatismo, un amante della musica se non proprio un musicista, un poeta creatore d’immagini e scavatore della propria interiorità. Porto subito delle prove, fornendo una scheda per l’uso del termine luce: p. 19: trafitto da un raggio di luce; p.23: riverberi di luci irreali; p.28: irradia luce; p.30: appagarci di luce; p.32: raggio di luce; p.36: luce che avvolge; p.42: dilatano luci; p.49: ovale di luci; p.64: rincorrendo luci; p.65: invocano luce/ luce vera della vita; p.72: riportare alla luce; p.73: luce del sole; p.74: ridoni luce; p.75: fondali senza luce; p.76: luce dei tuoi occhi; p.78: cattedrali lucenti / attingono luce; p.81: corolle avide di luce; p.82: protese alla luce; p.83: cieli luminosi; p.84: in piena luce; p.86: respirano di luce; p.88: coriandoli di luce / luce di un amore; p.91: luce di un giorno / trepida luce; p.92: corde vibranti di luce; p.97: alternanze di luce; p.99: rincorrono la luce; p.103: occultato dalla luce.
Come si vede, è un amplissimo repertorio di lessico e di variazioni sintattico-grammaticali, dentro cui il “termine madre”, la luce, genera immagini e ricche possibilità espressive: campo, questo, privilegiato del nostro e di ogni altro poeta che si nutre dell'elemento/alimento luce, come di ogni altro essere vivente che attinge inevitabilmente a questa sorgente di vita. Almeno per questo libro, Stefano Lo Cicero merita l’appellativo di poeta della luce.
Un’altra ampia, molto ampia scheda risulta dall’uso di un ricco linguaggio cromatico: p.20: nuvole cupe; p.22: orizzonte opale / s’imporpora il mare; p.24: lacerano tenebre / luna d’argento / alba sorridente; p.26: cielo plumbeo / notte cupa; p.27: amore rinverdisce; p.28: disgrega tenebre; p.30: luce e sole; p.32: ombre, si sbianca; p.34: sole, sangue, asfalto, vermigli; p.35: alba, luna, opaco; p.36: sole splendente / perle sfavillanti; p.38: s’indorano le chiome; p.39: notte cupa; p.40: azzurro cielo; p.42: emergono dall’azzurro; p.46: arcobaleno; p.47: spiagge assolate; p.48: abbraccio dorato; p.55: ombre evanescenti; p.56: vita risplende; p.58: pleniluni (e p.59); p.66: sole, nubi, ombra; p.76: fiorenti, fulgente, diafane; p.81: colorate di crepuscolo; p.84: buio della mente / ombre liquefatte / argento d’ombre; p.88: notte senza stelle; p.90: pallide lune; p.91: ali luccicanti di sole / sublimate d’azzurro / imperlate; p.94: tabernacoli d’avorio; p.103: galassie buie.
Tra linguaggio proprio e linguaggio figurato e per un ampio arco di sviluppo lessicale emerge spontaneo il cromatismo di un pittore e di un poeta che insieme concordano nell’amore della luce e delle sue variazioni, contrasti lessicali e cromatici, sfumature e sottigliezze. Si tratta di un ricco potenziale artistico nelle mani di un artista esperto nell’uso della più ampia scala possibile della espressività verbale e cromatica come di una sorgente a cui attingere e come di una ricchezza da offrire a chiunque voglia nutrire occhi, mente, cuore e immaginazione. Possiamo parlare, dunque, di espressionismo tout court.
Un altro ambito, altrettanto allettante per il critico-lettore, è quello offerto dall’uso del lessico musicale, sparso qua e là per tutto il volume. Eccone alcune tracce, a cominciare dalla bellissima apertura di p.36:
«Tra accordi d’arpa e melodie»;
e quella lirico-cromatica di p.48:
«Stupori d’alba
destano sinfonie
di cicale innamorate»,
dove il terzo verso fa scoprire le magiche creature di queste sinfonie circolanti per stupore di un’alba. E poi la:
«voce armoniosa»
della primavera (p.53), come fosse quella di una cantante lirica che si esibisce in un teatro senza pareti. E poi ancora a p.74 un’altra ampia e musicale apertura di un “a solo”:
«Cos’è il pianto
se non la musica
di un carillon
che sa di dare sfogo (...)
all’ultima nota...»,
dove tocchiamo con mano la magia di chi sa trasformare il pianto in musica, in una specie di sorprendente prodigio di natura e di arte, poiché i due strumenti concordano: il pianto umano e la musica di un carillon! E ti lascia a bocca aperta!
E poi avanti ancora più fascinosa
«la tua voce di viola (...) sul pentagramma» (p.78)
dove si ripete il miracolo della trasformazione o del passaggio da una natura all’altra, in una sorprendente concordanza. Oppure altra apertura di testo:
«Risonanze di echi lontani
tessono armonie» (p.81).
E, per finire, ecco l’ultima apertura lirico-musicale che:
«dal pentagramma
del caos» (p.102)
ci riconduce «nell’incedere del tempo», che può essere anche il nostro, cioè quel tempo, più o meno aperto e attuale, in cui anche noi vogliamo riconoscerci, non, per la verità, «frammenti di spazi» (p.103), ma “operai di sogni” come il grande Quasimodo voleva che tutti fossimo.
La bravura del poeta lirico si riconosce anche attraverso l’uso frequente di un linguaggio simbolico e immagini trasfiguranti, che superano l’uso grammaticale perfetto e quello prosastico e realistico della quotidianità. Ecco qualche esempio:
1. «Artigli lacerano tenebre
gemiti feriscono il silenzio» (p.24);
2. «Quando
il sole del sorriso squarcerà
le nuvole del dubbio, le mani stringeranno
ideali di purezza» (p.33).
Versi così belli e carichi di senso che possono costituire un testo autonomo e di autorevole riferimento.
3. Altro testo carico di simbolismo, a p.35:
«Pianto di stelle
allucinate all’alba frammenti di luna in pulviscolo opaco naufragando
danzano nel cosmo».
4. E poi altra bella immagine a p.36:
«Tra accordi d’arpa e melodie
desideri intrecciano arcobaleni che sulla volta del cielo
incidono un nome»
e più avanti altri versi carichi di simbolismo:
«nell’attesa trepidante che il vomere solchi traguardi d’intima essenza».
5. Altra bella, aerea e musicale immagine a p.40:
«stanotte l’usignolo
modulerà il canto della vita».
6. E altra ancora, a breve distanza, a p.41 :
«Guardando
nel pozzo della vita ho visto l’ombra mia riflessa nel fondo».
7. E altra ancora quasi a richiamo di quella di p.40, legata ai volatili, p.43:
«stormi di colombi
cantano al cielo frammenti di speranza».
8. E quest’altra immagine densa di concetto, a p.47 :
«Il tuo semaforo
ha tracciato la mia rotta» .
9. Ancora simbolismo nel testo di p.55:
«Ho spiegato vele
gonfie del mio vento»
e anche una bella immagine densa di lirismo:
«ventaglio
colorato di certezze».
10. E altra immagine piena di luce, a p.59:
«Sulla distesa di sabbia
bianca conchiglia
rilucente al sole»,
dove non sai se toccare con mano o fermarti a contemplare.
11. E un’altra immagine tanto bella quanto semplice, a p.62:
«le tue mani
accarezzano criniere al vento», dove ammiriamo leggerezza e freschezza.
12. E più avanti, a p. 67, ancora altra immagine:
«Sopra le pallide dune
dei ricordi»,
ci porta all'esterno, in contrasto con quella di p.70 che ci porta all’interno:
«prigioniero
del mio freddo tugurio».
13. E per finire, altre due belle immagini che esaltano e fissano altrettanti palpiti di vita:
«Ho innalzato ai cieli
calici d’ambrosia»,
«Ho violato
tabernacoli d’avorio» p.94,
dove non sai più se ammirare la luminosità di questo tipo di linguaggio oppure la stupenda essenzialità così pregnante e però così allusiva.
Io non so che cosa ammirare di più di questo poeta, dopo averne evidenziato l’uso sapiente del linguaggio e l’ampiezza degli strumenti espressivi - lirismo, simbolismo, musicalismo, cromatismo -. A me basta quanto ho evidenziato, perché qualche altro, come l’amico comune Tommaso Romano, ha sintetizzato alcuni qualificanti contenuti che definiscono benissimo l’uomo e il poeta. Ecco alcune affermazioni:” Arte come totalità di vita; il suo orizzonte, da sempre, è la bellezza; e quindi indicibile devozione alla bellezza; Stefano crede ai valori più che alle cose effimere; sa ritrarsi dalla volgarità» (p.105).
Tutti pregi e qualità che io pienamente confermo, anche perché conosco bene chi ha espresso questi qualificanti giudizi.

Nino Agnello
La silloge “Segmenti memoriali” di Stefano Lo Cicero si può considerare insieme una raccolta antologica, poiché raccoglie testi poetici composti a partire dagli anni cinquanta e un testamento di poetica, perché in essa Lo Cicero esprime la sua concezione della poesia e dell’arte in genere.

Segmenti memoriali
È necessario il climax ascendente,”poesia-arte” ed allargare così l’orizzonte semantico delle parole poiché il poeta è di fatto un artista poliedrico che con ricchezza d’ ispirazione e competenza tecnica sa passare dalla poesia alla pittura, dalla scultura al canto e alla musica.
Di tale poliedrica attività artistica è testimone la stessa silloge, che, pur essendo essenzialmente una raccolta poetica, presenta anche frequenti immagini di pitture e sculture e alcune di queste propongono lo stesso tema delle poesie, come se l’urgere della matrice ispirativa trovasse totale appagamento solo in una plurima materializzazione artistica.
Il titolo “Segmenti memoriali” focalizza appieno il contenuto della silloge che propone al lettore una sorta di diario dell’anima.
Non è un caso, pertanto, che le pagine del volume, presentino in calce l’anno di composizione di ogni singola poesia, che immortala nei versi atteggiamenti e sentimenti, riflessioni ed emozioni dell’io, quali circostanze esterne o esigenze interiori progressivamente hanno messo in moto, mostrando così un pirandelliano sfaccettarsi dell’io che la stessa immagine di copertina (riproduzione scultura “Offerta d’amore”) propone.
Il poeta “si posa sui macigni della vita \ disgrega tenebre \ irradia luce” (Poeta, pag.28), quindi ha una funzione rivelatrice di verità. L’arte, “fantastica espressione dell’io”, (L’artista, pag.82) consente all’artista tra pascoliani ”stupori di gioie e meraviglia” di esprimere ”contrappunti d’anima sospesi \ al filo della propria ragione” e in tale espressione trova “la giustificazione d’esistere” (idem) perché “l’arte nobilita \ il senso della vita \ e delle cose \ l’artista \ ne avverte i richiami \ le pulsioni…\ …\ che lo portano ad essere \ il protagonista di sé \ e del suo operato” (L’arte 4 , pag.89).
Sotto l’egida di tale poetica che considera l’arte possibilità di pienezza vitale, il poeta si rivela nello sfaccettarsi del suo sentire e delle suggestioni reattive che, come sotiene Binet, il ripresentarsi di stati psichici particolari determina e cerca anche attraverso la parola, la realizzazione piena ed integrale della sua vita.

Stefano Lo Cicero
L’evocazione memoriale che porta ”in segreto \ remoti pensieri \ di attimi eterni” (Respiri di onde marine, pag.42), gli fa rivivere l’amore per la sua donna che, mentre l’abbraccia, lo induce a piangere per la commozione e gl’infonde felicità (Il nostro amore, pag22; Questo mio momento, pag.44), ma non solo, dal passato emerge anche la solitudine esistenziale dell’io che “…sperduto \ nel limbo del giorno,\ risonanza…” non ode “di libero evento” (Pianto di stelle, pag.35) e lo fa sentire “ombra \ tra rocce appuntite \ …\ caduto a precipizio \ in un magma \ d’indifferenza” (Accarezzando silenzi, pag.66), mentre la riflessione amara sulla realtà storico-sociale del recente passato o dei tempi attuali, lo induce a costatare che “l’uomo annaspa \… nella violenza \ della sua follia \…\ dilaniato dalla sua stessa ragione \ dove si fondono \ rancore ed odio” (Mostri senz’anima, pag.54) e “forze coercitive \ disgregano atomi \ d’incestuosi eventi \ che irrefrenabili,\…\ segnano l’ora \ anticipandone la fine” (Caos, pag.102) .
Dal punto di vista estetico, rilevante è l’uso simbolico degli elementi della natura che, come in Pascoli, sono filtrati dal sentire del poeta.
L’ascendenza pascoliana del simbolismo di Lo Cicero fa sì che non sfoci mai nella chiusura tipica dell’Ermetismo e la significazione complessiva dei testi emerge immediata, consentendo al lettore una recezione e una comunicazione diretta ed empatica con il sentire del poeta.
La versificazione libera, i tropi, quali la metafora, l’analogia, l’anafora contribuiscono ulteriormente ad avvalorare e a caratterizzare l’intenso lirismo della silloge.

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