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  • Il genio Palermo vita morte e miracoli di un dio

    Titolo: Il genio Palermo vita morte e miracoli di un Dio
    Autore: Carmelo Fucarino
    Pagine: 224
    Rilegatura: Brossura cucita
    Dimensione: 17x24
    Collana: Rileggere la storia 6
    Data pubblicazione: Marzo 2017

  • ... libera e una!

    Titolo: ... libera e una!
    Autore: Corrado Camizzi
    Pagine: 196
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 17x24
    Prezzo: € 
    Data pubblicazione: Maggio 2015

  • A Buela è

    Titolo: A Buela è
    Autore: Giusi Lombardo
    Pagine: 80
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 10,00
    Data pubblicazione: Ottobre 2014

  • Segmenti memoriali

    Titolo: Segmenti memoriali
    Autore: Stefano Lo Cicero
    Pagine: 120
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 15x21
    Prezzo: € 15,00
    Data pubblicazione: Novembre 2014

  • Anima all'alba

    Titolo: Anima all'alba
    Autore: Maria Patrizia Allotta
    Pagine: 72
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 15,00

  • Tasselli di vita

    Titolo: Tasselli di vita
    Autore: Anna Lupo
    Pagine: 92
    Rilegatura: Brossura
    Dimensione: 20x20 
    Collana: Il quadrato di munari
    Prezzo: € 15,00

  • Le sconciature di pirandello

    Saggi sul romanzo "I vecchi e i giovani"
    Prefazione di Maria Patrizia Allotta
    Autore: Nino Agnello
    Pagine: 128
    Rilegatura: brossura cucita
    Collana: narrativa thule
    Prezzo: € 12,00

  • Il volo dell'allodola

    Titolo: Il volo dell'allodola
    Autore: Giancarlo Licata
    Pagine: 216
    Rilegatura: Brossura cucita
    Dimensione: 15x21
    Collana: Narrativa Thule
    Prezzo: € 15,00

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Percorsi di labirinto
Carmelo Fucarino

12,00 € cad.


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Titolo: Percorsi di labirinto
Autore: Carmelo Fucarino
Prefazione: Piero Longo
Pagine: 112
Rilegatura: Brossura

Peso: 1 kg
Larghezza prodotto: 15 cm
Lunghezza prodotto: 21 cm
ISBN 9788890371769
Lista recensioni:
Il prezioso libretto “Percorsi di labirinto” è davvero bellissimo! Il tuo “universo poetico” è una piacevole apertura al mondo quotidiano, e per questo, in modo vitale diventa ricerca di valori, in grado di determinare le essenze vitali dell’esistenza degli uomini. I tuoi versi dolci e dissacranti risignificano così il tempo e le strutture che arrovellano i pensieri, riducendoli – a volte – in granelli di sabbia, essenziali a dare vita alle forme che scaturiscono dalle forze sconosciute del presente. La tua è una Parola che redime il passato – non in senso nostalgico – ma come sapienza o salvezza; il ricordo che alimenta la coscienza e che giunge alla purezza dell’analisi di sé - come spesso affermava il geniale Poeta dei “Canti barocchi”, scoperto casualmente da Montale e oggi amato non solo da me e te ma anche dagli altri poeti che hanno fatto e continuano a fare della Parola uno strumento di libertà assoluta, a costo di rimetterci la pelle o di rimanere alla soglia della porta, perché convinti che solamente la narrazione limpida delle cose, “svincolata” con estremo rigore dalle mode del momento può originare una speranza uguale per tutti gli uomini della terra; del resto, il Poeta sta in questo mondo bello-tragico-gioioso – come affermava il tanto amato Poeta Ungaretti – caricandosi del dolore dell’umanità e propugnando anche un’esistenza uguale per tutti. È questo il vero canto del Poeta. E tu, caro Carmelo, nei tuoi frammenti di memoria sei riuscito a liberare gli inganni della luce interrogante. La tua esperienza interiore narrata con abilità e intelligenza diventa allora perla metaforica, percorso di grazia, consapevolezza di essere nel mondo e di viverci a tutti i costi nonostante i mali. I tuoi versi diventano quindi luoghi privilegiati di meditazione universale; richiami ancestrali dove il sentire incontrandosi con le forze ammalianti dei simboli eterni, provoca un urto che squarcia le ragioni dell’esistere. Il tempo diviene un modulo esprimente, un gioco giovane e sanguigno, che rimanda a qualcosa che sta all’infuori di noi, all’inesprimibile. La Parola che va oltre se stessa, che sprigiona energie in grado di ingannare l’effimero. La potenza della Parola che risuscita il mistero, come tu affermi nella poesia dedicata a mons. Amato; una Parola la tua che non smette di gridare contro le guerre e i crimini che si commettono - soprattutto – nei confronti dei più deboli. Tu, caro Carmelo, aneli nella tua poesia (sferzante) un “giardino-sacrario” per i giusti, per quelli che hanno sacrificato la loro vita per il bene dell’uomo. Tu consegni la tua poesia umile al “banchetto nuziale” dei poeti proprio come i Giusti offrono idromele al Signore. La tua poesia ha uno sguardo mirato e prorompente e si meraviglia per le bellezze del Creato. Nella limpidezza del nostro spazio la tua poesia lacera le ipocrisie che si stagliano contro le urla dei sofferenti e delle ingiustizie. La tua poesia risana l’anima benedetta di tuo padre, profanata dai £semi spinosi” e implori misericordia. Pensando alla sua forza muscolosa che ora giace in un sepolcro temporaneo e inaccessibile. E tu col tuo sentimento poetico vorresti “profanare” il suo gelido giaciglio per accarezzargli ancora una volta le rughe sulla fronte. La tua poesia è impressa sugli ulivi saraceni della tua terra prizzese e rendono il silenzio vivo. Nei tuoi giovanili versi si sentono le voci melodiose del biondo grano dove tu – da bambino – nascondevi i tuoi piccoli tesori, aspettando a volte il prodigio delle tue travagliate metamorfosi. I tuoi versi bagnano lo scapolare della Vergine del Carmelo, la tua fresca alba e incertezze. La tua poesia florida è custodita nella perpetua valigetta marrone di tuo padre e si fa strumento dialogante, rugiada che può raccogliersi sulle antiche “rose di maggio” o sul “rossore” dei papaveri. Grazie carissimo Amico, per la felice opportunità che mi hai dato di parlare di te, di noi, della vita, perché la Poesia è vita e non morirà mai. La sua potenza è divina e proviene, in definitiva, dall’amore di Dio, infatti molto spesso il Signore è raffigurato con un libro in mano, mentre angeli e santi in festa cantano inni di gloria. Viva la Poesia!
Carmelo Fucarino, già docente di latino e greco in un liceo di Palermo, oltre che di poesia s’è occupato di saggistica e traduzioni. Si ricordano le sue pubblicazioni Pitagora e il vegetarianismo (1982), Città e ancora città (1983), Apoteosi e ragioni della pace durante la fase archidamica (1985), Le supplici di Euripide (1985), Il dominio feudale (2000), nonché studi sulla cultura locale e vari testi di classici per i licei. È stato relatore in convegni letterari ed è membro d’alcuni sodalizi culturali. Come poeta è uno dei più significativi; e per il ruolo complessivamente svolto appare un’importante personalità della Sicilia.
Il libro di Carmelo Fucarino Percorsi si labirinto (Thule Cultura, Palermo 2010) sembra sintetizzare e completare l’arco della sua attività poetica iniziata con la bella silloge Città e ancora città. In questi Percorsi l’autore alterna prosa e poesia, anche se la seconda c’è pure nella prima ed in realtà il libro si può considerare complessivamente poetico.
Le parti in prosa contengono o riguardano alcune citazioni di Platone e Borges, una malattia patita, uno spettacolo-tortura di pesci, la macellazione d’una mucca, il mito d’Urano, le troppe attenzioni per gli animali domestici mentre certi bambini vengono maltrattati e scaraventati dall’alto, l’inizio del terzo millennio cristiano, un viaggio d’infanzia in corriera, uno in treno con la scoperta del mare e uno simbolico a ritroso nel tempo. In questi ultimi tre brani la presenza della poesia sta nel senso dell’ignoto e nell’ansietà che li pervade.
Le parti in versi si collegano direttamente o indirettamente a quelle in prosa e sviluppano il tema del libro, che è un continuo camminare nel labirinto della vita, fra difficoltà, incongruenze, crudeltà e pericoli, alla ricerca d’una via d’uscita che può essere la poesia, nella quale soltanto può trovare sbocco e significato l’inquietudine dell’anima.
Il poeta fra l’altro ci presenta i campi di sterminio e i forni crematori dei nazisti, le profanazioni del creato, le mummie delle catacombe di Palermo, i ricordi delle lezioni sul venditore d’almanacchi leopardiano, sul passero morto catulliano e sulla poetessa “Saffo la bella” più volte citata, certe notti d’attesa del Nord, la caverna di tutti i fantasmi in cui c’è “fioca la luce / del vero che inseguo, / la disperazione dell’irraggiungibile” (p. 46), la guerra fra ebrei e palestinesi, l’assalto alle torri gemelle di New York. E poco dopo confessa: “Non ho più lacrime / ove annegare la mia angoscia, / mia dolce speranza / racchiusa nel vaso” (p. 60).
C’è poi il dolore per la morte del padre, che il poeta rivede nei suoi atteggiamento quotidiani e perfino nella ritrosia a smembrare la proprietà immobiliare, percependo l’immenso vuoto prodotto nella sua coscienza da quella scomparsa. E non mancano cormorani intossicati da catastrofi ecologiche e fantasmi delle notti di Valpurga.
Le pagine finali del libro, che contiene anche alcune illustrazioni, s’aprono a visioni idilliache di sole, di luna, di paesaggi, a memorie d’infanzia e ad attimi di stupore, e sono opportunamente corredate da schizzi grafici rimandanti allo stile nativo dei quaderni scolatici. In tutto ciò domina la delicatezza del poeta, spesso fanciullino di pascoliana memoria, che annota le sue osservazioni, i suoi timori, le sue rabbie e le sue speranze, in versi caratterizzati da una sottesa musicalità, presente anche quand’essi abbondano d’erudizione (citazioni dotte, lingue classiche e straniere, richiami storico-letterari, ecc.), trasportando il lettore in un’aura di sogno in cui s’armonizzano senso del mistero e competenza espressiva.
Recensione
Dell’architettura complessiva di Percorsi di Labirinto, quasi un prosimetro per il suo alternare versi e pagine narrative, nulla dirò; così come non accennerò ai temi di fondo che tramano il libro: dovrei ripetere quello che succintamente, ma con rara efficacia, ha scritto Piero Longo nella Prefazione. Solo vorrei brevemente indicare alcune sollecitazione, alcuni motivi ricorrenti che fanno di questa raccolta un sofferto riflettere non solo sull’esistenza tout court; bensì sulla nostra spesso indecifrabile e contraddittoria contemporaneità, che sembra aver perso per Fucarino non solo la gravitas e la dignitas, ma anche, sostanzialmente, la pietas; quella pietas che spesso la nostra società ipocritamente riserva a tutti gli esseri viventi tranne che a quelli umani. Da tale amara, ma purtroppo veritiera considerazione, nascono le prose Accidens, matar para comer, O no matar para comer, Salvate tutti i cani del mondo nello zoo domestico e il testo poetico Ode al cormorano, la cui accesa virulenza, il cui radicale livore si giustificano con l’impossibilità, secondo l’autore, di conciliare lo sdegno per gli atroci delitti degli uomini verso i loro simili con l’offensiva sensibilità mostrata verso essere sì indifesi; ma, come si diceva, non umani. Una riflessione certo provocatoria; ma che non manca di scoprire quel fondo di falsità che ai nostri giorni presiede ai rapporti interpersonali o interstatali o intercontinentali: si è radicalizzato quell’egoismo che ci fa vivere, per utilizzare una metafora cara allo scrittore Federigo Tozzi, ‘con gli occhi chiusi’ anche nei confronti degli altri, irretiti come siamo nei personali egoismi e nei nostri talvolta troppo miseri interessi: è quella piaga, prima di tutto sociale, che non ci fa comprendere il dolore altrui, quell’indifferenza per le ambasce di chi ci sta accanto che nasce, avrebbe detto ancora Tozzi (tra i nostri più grandi autori del Novecento) dall’egoismo appunto, definito, commentando un passo di Santa Caterina da Siena, “L’origine di ogni male”. E proprio in una lettera della Santa, antologizzata dal narratore toscano, si legge una definizione dell’egoismo che Fucarino, crediamo, per i contenuti del suo libro, non può non sottoscrivere: «Dall’amor proprio procede ogni male. Onde vengono le ingiustizie e tutti li altri difetti? dall’amore proprio. Egli commette ingiustizia contra Dio, contra sé, e contra al prossimo suo, e contra la santa Chiesa». Allora, se ‘dall’amor proprio’ nasce ogni male, anche da quello che mette avanti i presunti ‘interessi’ di uno Stato nei confronti di altri, non possono che derivarne, come conseguenti corollari, i tanti dolori personali e planetari della vita di tutti i giorni e della Storia. Ed è indicativo che il volume di Fucarino si apra, dopo un testo dedicatorio, con una delle più sorvegliate poesie della raccolta quanto a misura e intensità, E la colomba bianca, in cui prende corpo, anche a futura memoria, il ricordo abbrividente dei campi di concentramento con il loro carico di insensata disumanità: «[…]/ Eppure furono/un tempo i giorni del furore/quando la tua pelle divenne/paralume,/giorni bui di urla e terrore./Provasti il vortice/dell’annegamento,/i gridi osceni della notte/che tagliavano vite/ di madri e di figli/di fratelli e sorelle/di nonni e nipoti/le putride tenebre/nella fogna dei carri merci/sfriggenti nella notte/l’ebbrezza del gas/per il bagno risanatore/la nausea/dalle ciminiere sempre fumanti/[…]». La conoscenza, se non l’esperienza, dell’orribile strazio dei campi di concentramento porta l’autore a sentire anche su di sé il male del mondo, il peso di colpe ataviche che quasi costringono il Nostro a chiedere perdono per le ferite inferte alla natura in quella stagione della sua, nostra, esistenza (l’infanzia, la prima adolescenza), in cui la crudeltà, sia pure veniale, appare, a distanza di anni, incomprensibilmente gratuita. E dunque, nel testo poetico E basta il perdono?, Fucarino con spirito religioso, ma di una religiosità della natura e nel contempo intrisa di spiritualità francescana, scioglie nella strofa finale l’apparente ingenuità del dettato (si tratterebbe comunque di un’ingenuità quasi ‘evangelica’) nell’estrinsecazione immediata del rimorso per il male, piccolo o grande che sia, causato: «[…]/ La coscienza mi opprime/di tante pene donate/nei giorni che furono,/in quelli recenti./». L’ultima parte del volume è modulata soprattutto su spartiti di ricordi, in cui emerge, si veda il testo Trittico per il padre, l’ansia di riappropriarsi di un mondo perduto e di accendere, mallevadore appunto il padre, l’interruttore di una memoria spesso involontaria e di reminiscenze in cui talvolta il topos della differenza tra realtà rurali o minimamente urbane e città viene rivissuto con originale partecipazione: «[…]/Ora so, padre mio,/che restavano ancora da insegnarmi/dei tuoi anni ottantasette/altri millenni di sapienza./Chi potrà dirmi/del canto dell’allodola/dimenticato tra i sordi rumori/della città che mi è ostile ed estranea,/delle falci di luna/ che promettono pioggia,/dei brividi del cielo/che sparge perle di rugiada/su frasche riarse/e su sonnacchiose corolle/». Sembra accamparsi una memoria idillica; ma di un idillio drammaticamente moderno; consapevole cioè che della millenaria civiltà contadina rimangano poco più che ‘reperti’; ma consapevole altresì che non ci possa essere vero progresso senza radici: senza quel fittone, cioè, che solo rende tetragono ogni incremento, ogni cambiamento. Dunque, Percorsi di labirinto, che felicemente rivela la lunga frequentazione di Fucarino degli autori dell’antichità classica e della tradizione letteraria europea, ci dice del nostro terreno affaticarci, tra salute e malattia, gioie e dolori, speranze e delusioni, per sentieri spesso intricati in cui, come diceva Frost, «Divergevano due strade in un bosco». Anche Fucarino, come il poeta statunitense, come chi non è irretito in logiche grettamente utilitaristiche, ha spesso preso la strada meno battuta e, allo stesso modo che in Frost, «qui tutta la differenza ne è venuta».

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